Ecuador - parte 11 - Otavalo/Quito - l'ultima

Otavalo e Quito 15/16-01-09
L'Ecuador e' un paese contraddittorio e senz'altro interessante.
Dotato di una natura magnifica, che racchiude in una superficie simile a quella dell'Inghilterra le ande con i suoi maestosi vulcani, la selva amazzonica, le pianure costiere, le perle delle Galapagos, nonche' tutti i tratti intermedi.
Sa stupire con un semplice viaggio in autobus di qualche ora proprio perche' dal finestrino si vedono scorrere paesaggi sempre diversi, mutevoli, spesso affascinanti.
E' di certo un paese povero di storia: manca di quella storia antica che possono avere Peru' e Messico e manca della storia recente di lotte di liberazione, quale possono avere i vicini Bolivia o Venezuela.
Non che proprio sia senza storia, intendiamoci, gli Inca ci sono stati eccome e, addirittura, il famoso principe Atahualpa crebbe nella regione dell'attuale Quito, ma proveniva dalla capitale dell'impero, Cuzco, in Peru'.
Cosi' come le lotte di liberazione ci furono, a inizio '800, ma arrivarono a compimento solo vent'anni dopo col grande Simon Bolivar il quale, dal Venezuela, portava la bandiera della liberta' dagli Spagnoli a tutto il Sudamerica.
Oggi questo e' un paese tutto sommato moderno, sicuramente piu' "sviluppato" dei suoi confinanti, specialmente nelle zone rurali.
La rete viaria e soprattutto quella dei trasporti pubblici su gomma e' capillare, quasi allucinante nella sua efficienza, la migliore che abbia mai visto ed a prezzi tutto sommato popolari, in media 1 $ l'ora, su autobus in genere moderni ed efficienti, tanto piu' moderni quanto e' lunga la tratta da percorrere.
Luce elettrica, telefono e televisione sono ormai quasi ovunque ci sia un aggregamento.
La parte piu' contraddittoria e' senz'altro l'economia.
Il dollaro americano, introdotto nel 2000 al posto del nazionale Sucre, ha falcidiato il potere d'acquisto , molto piu' dell'euro da noi, ed ha prodotto tassi d'inflazione del 30%.
Oggi si rallegrano di essere scesi sotto il 9%.
C'e' malcontento ma anche rassegnazione e, specialmente nelle citta', voglia di sviluppo, voglia di "yankee", voglia di primo mondo.
L'elezione a presidente di Rafael Correa nel 2006, con il 60% dei voti, al piu' popolari, ha dato speranza a molti ma, dopo due anni di governo, si sente anche quel senso di rassegnazione di cui ho accennato, come se fosse: "se non ce la puo' fare lui..."
Il governo, socialista o comunque di sinistra (che non vuol certo dire la stessa cosa), ha cercato di sovvenzionare lo sviluppo, specialmente a livello locale, con con azioni populiste da una parte, dall'altra ha promulgato leggi minerarie che, a detta di una parte, mettono in serio pericolo la gestione ambientale delle risorse idriche del paese, o ha sovvenzionato la societa' petrolifera nazionale (Petroecuador, a suo tempo affiliata nella trivellazione dei pozzi in Amazzonia alla Texaco, o Chevron) per rilanciare quest'industria.
Lontani comunque dai modelli comunitari del Venezuela o di Cuba.
Per fortuna non siamo piu' negli anni dello sfruttamento estremo e bieco da parte dei capitali stranieri, quando la gia' citata americana Texaco ha depredato, distrutto ed intossicato l'oriente settentrionale, Amazzonia, fino agli anni '90, quando la popolazione e' insorta, dopo anni di morti "inspiegabili".
Nel 2005 circa 30.000 Ecuadoriani si sono costituiti parte civile contro quella multinazionale in un processo che e' stato definito "del secolo".
Staremo a vedere, nel frattempo sono stati versati piu' di 70 miliardi di litri di liquami tossici e piu' di 60 miliardi di litri di greggio nella foresta vergine, cosa che ha quasi decimato le popolazioni indigene che, da sempre, vivono in equilibrio precario con la terra e le sue risorse.
Poi ci domandiamo come mai visitare quelle zone per un bianco non e' facile, non perche' c'e' umido, c'e' la malaria, non ci sono alberghi di lusso, no.
Perche' ci odiano.
E fanno bene.
La ricchezza, come ovunque, e' lontana dal popolo e ancora oggi, come detto, si lotta contro leggi minerarie, petrolifere e acquifere ingiuste.
I medici scioperano per avere salari minimi di 200$ mensili.
Nel frattempo i prezzi sono piu' che mai pazzi: si puo' avere un buon pasto (minestra, pezzo di carne con riso e verdure, succo di frutta) con meno di 3$, ma andare al "ristorante", mangiando piu' o meno lo stesso, costa quattro volte tanto.
Si puo' dormire con 4$ in camerata ma, talvolta, con solo 7$ si ottiene una camera con bagno e televisione.
Con 5$ si puo' attraversare mezzo paese in autobus, oppure fare un quarto d'ora di taxi a Quito. 
Quello che la popolazione povera lamenta di piu', comunque, e' che ormai tutto costa almeno "un dolarcito", quando prima alcuni generi si potevano comprare con pochi centesimi.
E per molti "un dolarcito" vuol dire tanto.
Tornando al viaggio si puo' dire che l'Ecuador e' un paese comodo per il viaggiatore, per le ragioni dette sopra e, soprattutto, perche' per noi "un dolarcito" vuol dire poco.
Le citta' possono velocemente stancare, spaventare, diventare claustrofobiche, non perche' siano piccole o anguste, quanto perche' non offrono nulla di speciale se non il fatto che la pianta tipica a "quadras", le lunge vie diritte che si intersecano a 90 gradi, permette spesso di vedere oltre la citta' stessa, di scorgere i monti, il verde, la vita.
Immancabile la subitanea voglia di scappare e prendere una di quelle vie senza voltarsi indietro, guardando al verde di fronte.
Nelle campagne invece l'aria che si respira e',non solo letteralmente, del tutto diversa.
Gli Indios dispensano sempre sorrisi timidi ma sinceri, mentre mi prendono in giro parlottando tra loro nell'antica e incomprensibile lingua Quichua, simile alla Quechua del Peru'.
Tutto sommato riescono a vivere, o sopravvivere, dignitosamente.
Per fortuna hanno una loro economia rurale e agricola che, tramite la vendita e lo scambio di merci nei mercati di campagna, permette il sostentamento di tutte le comunita', anche le piu' isolate.
La terra e' ricca e fertile, i trasporti come detto funzionano e questo facilita il processo.
Otavalo, dov'ero fino a stamattina, e' un esempio di come, nonostante il predominio economico, sociale e politico di "blancos" e "mestizos", gli Indios aabiano talvolta la possibilita' di emergere.
Questa e' una citta' ricca, sede del principale mercato turistico di tutto l'Ecuador, per intenderci dove si trovano le tipiche borsette, i cappellini, i ponchos, ecc.
Tutto cio' pero' nasce dalla tradizione tessile e manufatturiera della zona, che col tempo ha saputo modificarsi e sfruttare, senza essere sfruttata, il turismo.
Come detto e' una citta' ricca, moderna e pulita, pero' allo stesso tempo assolutamente india, la piu' india.
Gli abiti tradizionali, bellissimi quelli delle donne e molto fieri quelli degli uomini, si mischiano a jeans e t-shirt, ma senza l'apparente distacco visto altrove.
Sia quelli vestiti tradizionali che quelli in jeans fanno parte della stessa comunita', della stessa etnia, non e' un tratto distintivo come a Quito o Cuenca, dove essere vestito da Indio vuole dire essere un campesiño.
Non a caso Otavalo e' uno dei pochi centri, se non l'unico, dove l'alcalde (sindaco, o giu' di li') e' un Indio.
Speriamo che lo sviluppo tanto ricercato da Correa non vada a snaturare le radici di questo bel paese, speriamo che Otavalo possa essere un modello di questo sviluppo, nel quale le ricchezze del luogo sono condivise dalla comunita' che lo abita e che, nonostante il sopraggiunto benessere, non ha intenzione di dimenticare la propria storia.

  Curiosita':
- tutte le auto, o quasi, hanno l'allarme che pero', invece che suonare come da noi, qui letteralmente "suona", fischietta, cicaleggia... e' allegro. Rende i ladri felici di rubare e i derubati felice di farsi fottere la macchina
- i camion della rumenta ci sono, e gia' e' una curiosita', in pi' nel loro lento movimento per le vie si annunciano con una musichetta, una sorta di carillon incessante. e' buffo anche qui pensare ai poveri spazzini che, allegramente, raccattano rumenta in giro e ai cittadini che sentono l'allegro carillon e viene loro in mente la loro merda giornaliera
- i bus che corrono la stessa tratta si ingarellano tra loro, si superano e gli autisti litigano per rubarsi i passeggeri a vicenda. quando uno fa salire qualche passeggero l'altro lo supera strombazzando, quasi dicendo: "si' bravo, tu hai preso questi, tanto i prossimi li acchiappo io, tie'!". tutto cio' rende sempre le corse molto emozionanti
- mi chiedo come mai non ci sia un pilota Ecuadoriano in formula uno

  Anche questo viaggio (o Viaggio?) e' andato, tempo di ritornare a casa, al lavoro e a voi tutti, ma la mia mente ed il mio cuore restano...
...por la carretera... siempre!
Abrazos
E.

Ecuador - parte 10 - Otavalo

Otavalo 14/01/09
Un po' di tempo e' passato e tante cose sono successe qui dall'altra parte del mondo... il morale del piccolo Berni viaggiatore solitario e' sceso nell'ultima settimana e la onda si e' fatta meno buena.
I giorni passati a Latacunga, lo sferruzzamento al piede, la visita al mercato di Saquisili' con il ditone pulsante fino alle notti passate a Zimbahua, sperduto paesino a 3800 m incastrato in mezzo ai monti con un altro mercato puro indio, sono scorsi lenti, senza alti ne' bassi, ma soprattutto senza alti, diciamo una linea piatta e bassina.
Il piede che mi frenava nel mio scorrazzare, la pioggia che, aggiunta alla necessita' di usare i sandali, mi bloccava del tutto, hanno contribuito a questa mia discesa d'umore e conseguente silenzio.
Poi, in un giorno di sole macchiato dagli immensi nuvoloni bianchi equatoriali, da Zimbahua sono andato a Quilotoa, una laguna vulcanica.
Si scende dalla camionetta in mezzo a quattro case e due cabañas che vendono merce x turisti, si percorrono a piedi dieci metri di praticello brucato dalle pecore e dalle alpacas, si raggiunge il ciglio e lo spettacolo che si apre di fronte e' inimmaginabile e sorprendente.
Giuro che ho trasalito.
Un cratere circolare immenso e quasi perfettamente circolare si apre allo sguardo, all'interno del suo frastagliato ciglio, 350 metri piu' in basso, il fondo e' occupato da una laguna dalle acque cangianti dal verde al piombo, spazzata da un vento fortissimo che ne increspa le acque e contribuisce a creare meravigliosi giochi di luce.
Il cratere e' tanto grande che il mio obiettivo da 18 non riusciva a contenerlo tutto.
Ovviamente ho immediatamente dimenticato di avere un dito viola operato due giorni prima e ho fatto tutto il giro in cinque ore buone, ho incontrato solo bambini pastori, con i quali ho condiviso le mie cioccolate e le mie banane, e visuali magnifiche.
Non chiedetemi come, perche' mi viene da piangere, ma al mio rientro in hostal a Zimbahua, pulendo la macchina sul bel poggiolo di legno, ho formattato la memory card e quindi cancellato tutte le ultime foto che avevo fatto.
150 foto andate via in un click e volendo sono stato fortunato che avevo da poco cambiato scheda, altrimenti ne avrei perse piu' di 1000.
Morale ancora piu' giu'.
Dopo le 5 ore di cammino il mio dito mi fa un male cane e temo per la mia scalata al Cotopaxi... gia', il Cotopaxi...
Non sono arrivato in cima.
Ve lo dico cosi' brutalmente perche' ancora mi brucia e mi brucera' per un po'.
Mi brucia perche' stavo da dio, non sentivo l'altitudine, non sentivo le gambe, non sentivo il dito, ero acclimatato perfettamente, ma sono stato costretto a scendere quando eravamo arrivati a quota 5500 m circa, il mio compagno di cordata stava male e da piu' di tre ore crollava in terra ogni quattro passi.
Inevitabile il rientro.
La cosa che non accetto e' che il mio gruppo, tre scemi e due guide, e' stato diviso fin dall'inizio in due, per scelta di una delle due guide: uno e' andato con una guida ed io sono stato accoppiato con l'altra guida e questo povero ragazzino canadese che, probabilmente non acclimatato e comunque un po' mezza sega, gia' dopo un'ora di salita non ce la faceva piu'.
Essendo ormai divisi in due gruppi io non ho avuto pero' l'opportunita' di continuare, perche' gli altri due erano ormai molto piu' avanti e la guida che era con me non poteva lasciarmi salire con un'altra cordata.
Abbiamo provato a salire ancora per aspettare che qualche altra guida di qualche altra cordata scendesse con qualcuno,per poter lasciare a lui il "nostro" malato,ma non sono arrivati in tempo.
La situazione cominciava a diventare pericolosa, tenendo conto anche che il tempo era davvero cattivo, carico di neve e vento, e non c'e' stato altro da fare che scendere.
Se fossimo saliti tutti insieme dopo solo un'ora sarebbe stato chiaro che il povero Tom non ce l'avrebbe fatta, una delle due guide sarebbe scesa con lui ed io avrei potuto continuare con l'altra ed il buon Pat, che alla fine e' infatti arrivato in cima, ma cosi' non e' stato.
Ecco come mi sono visto togliere la mia opportunita' di salire sul Cotopaxi, ma la montagna e' cosi' e, a giudicare da tutti i segnali "contro" che avevo avuto, quella montagna stavolta non mi voleva.
Pazienza caro Meuri, vorra' dire che lo scalerai prima tu! ;-]
Abrazos.
E.  

  P.S.

  x Dino L'alcalde: avevo scritto un messaggio sul mio taccuino, in attesa di inviarlo alla prima occasione, parlava del viaggio (o del Viaggio) e voleva dare e darti la mia opinione,il mio contributo ed un mio consiglio, ma tu ormai hai preso la tua decisione... forse lo inviero' lo stesso, magari senza il consiglio, cosi' per aggiungere qualcosa a quanto da molti di noi scritto e meditato negli ultimi tempi. Te abrazo muy fuerte hermano

  x tutti: il grande continente del Latinoamerica si sta muovendo: il governo Bolivariano del Venezuela ha espulso il console di Israele, La Bolivia ha oggi dichiarato di aver interrotto ogni relazione diplomatica con il governo Sionista, il presidente ecuadoriano ha duramente condannato gli ultimi attacchi a Gaza e ha minacciato di intraprendere anche lui la strada della rottura... e l'Europa? Gia' 1000 morti in pochi giorni non bastano? La fottuta STORIA non basta? Senz'altro non bastano le pietre palestinesi a fermare questo massacro di cui siamo, da ormai 60 anni, tutti responsabili.
Tracciare confini con la matita alla fine di un conflitto mondiale non significa creare delle nazioni, i popoli restano, Palestinesi, Curdi e tutti coloro sono stati espulsi a forza dalla propria terra natale, o che vi sono stati segregati per gli interessi del capitale, non smetteranno mai di lottare per la propria Liberta'.

Ecuador - parte 9 - Latacunga y Saquisili' (solo per i duri di stomaco)

Saquisili' 08/01/09

 Stavolta davvero un "breve" messaggio, non vi tediero' con descrizioni delle mie giornate passate a bighellonare e scrpinare sui monti, ma quello di ieri ve lo devo raccontare.
Dopo una estenuante corsa in bici verso i confini dell'Amazzonia, cioe' da Baños a Puyo, arrivando solo a meta' strada causa pioggia ecuatoriale insistente e totale impossibilita a continuare ad assumere schizzi d'acua e fango in bocca e negli occhi ho preso un bel bus per Latacunga, capitale della regione di Cotopaxi, dove c'e' lui, il "mio" vulcano.
Sceso dal bus l'ho visto in lontananza col suo cono perfetto e minaccioso, mi sono fermato in mezzo alla strada a fissarlo.
Poi, come altre volte in passato, il mio corpo mi ha risvegliato, stavolta con uno scrollone... "oh, Berni, ma non lo senti il piede?"
Minchia che male, e' vero.
Arrivato in albergo ho curato un po' il mio allucione malandato, infiammato ed ormai completamente viola.
Non ne avevo mai accennato prima perche' ho continuato senza grossi problemi ad arrampocarmi sui monti per km, a discenderne di corsa come un pazzo, a sfrecciare in bici superando camion per poi essere irrimediabilemente umiliato strombazzando alla prima salita, insomma a godere con sorriso di bambino di tutto cio' che potevo.
Ma l'allucione tutto viola non lo potevo piu' vedere e mi sono detto: "se peggiora sul Cotopaxi non ci salirai mai... se ti fai operare qui e sono dei cani sul Cotopaxi non ci salirai mai"
Bene, grazie Berni, bella consolazione, sei proprio un amico, ma vaff...
L'ho fissato un po', l'ho analizzato bene, l'ho sfrucugnato, mi sono fatto un male bestia ed ho deciso... vado!
Pronto soccorso di Latacunga: un po' di gente fuori, facce preoccupate ma non disperate, mi ricevono quasi subito e mi fanno sedere su un lettino: "levati la scarpa".
Eseguo, poi mi guardo intorno.
L'ambiente e' sudicio, i camici dei medici sono sporchi, non sudici ma sporchi, il lenzuolo su cui giaccio e' lercio di scarpe dove poggio il piedone e di sangue alla mia destra, non vedo il resto.
Discuto con gli infermieri che passano e guardano il mio dito facendo una smorfia: "uuuuh, brutto questo uñero", poi ripsondono al cellulare, fanno entrare qualcuno, mandano via qualcun altro, si baciano e abbracciano raccontandosi le vacanze, insomma, un pronto soccorso qualunque.
Decido di andare avanti nonostante tuttoe lo dico al medico: "Ok, finisco con la niña e te lo taglio"
Mmmmh, te lo taglio non e' proprio il verbo che avrei preferito, comunque...
Di colpo spunta un tizio dalla finestrella, bussando trafelato: "Presto, mia moglie ha partorito"
"Prendete un kit per tagliare il cordone ombelicale, su'" dice il medico continuando a scrivere il referto della niña (devi cacare ogni tanto, se no ti fa male la pancia, eh!).
Poi si gira da me che lo guardavo con occhi sgranati e mi fa: "tranquillo, tra un minuto lo tagliamo"
E ridaglie... ma non credi che forse la tipa qua fuori per strada magari necessiti di qualche attenzione in piu' della mia fottuta unghia?
No, ci sono gli infermieri, poi ormai l'ha fatto.
Insomma, quella povera crista ha partorito suo figlio in macchina e davanti all'ospedale gli e' stato tagliato il cordone, il bimbo e' stato trasportato dentro di corsa da un'infermiera avvolto da una copertaccia, la madre e' stata messa sulla barella sudicia di fronte a me e, coperta di sangue ma ancora vestita, e' stata trasferita in maternita'.
"che meraviglia, e' nato in macchina qui fuori" mi dice una suora sorridendo con occhi lucidi.
"il niño come sta?" chiedo io un po'sconvolto, "benissimo... che meraviglia" mi viene risposto.
Il mio sconcerto dura fino a quando guardo i volti che mi circondano, tutti sorridono, si complimentano, sono felici del lieto evento, anche se avvenuto cosi'.
Allora capisco che le mie sovrastrutture ideologiche e culturali sono troppo forti, che il parto e' meraviglioso comunque, che partorire in casa, per strada, in macchina, e' la normalita' per miliardi di individui, per la maggioranza do noi forse e che non c'e' nulla di cui meravigliarsi, solo da gioire per una nuova vita.
Mi commuovo, ma solo un po', perche' il segaossa non me ne da il tempo ne si mette al lavoro sul mio povero dito.
Mi fa un'iniezione con un siringone in mezzo alle dita e subito mi strizza il dito facendomi urlare: "fa ancora male?"
Fai te, porca di quella vacca boia.
"Datemi una siringa da insulina" chiede e l'infermire fruga un po' li', fruga un po' la', poi: "non ce ne sono" dice, "neanche una?" fa il dottore "no".
Bene.
Allora ripiglia il siringone, lo riinfila nello stesso boccettone dove probabilmente prewndono le anestesie per tutti, e mi fa una serie di iniezioni sotto l'unghia che non vi descrivo perche' mi viene male a ricordare.
Dopo un po' fa finalmente effetto e mi posso rilassare un attimo.
Senza disinfettarmi e ricordandosi all'ultimo un paio di guanti, spero strerili, comincia a sfrucugliare e tagliuzzare, a tirare e spinzettare.
Poi mi dice "guarda qui, e tu volevi scalare il Cotopaxi con 'sto affare sotto la carne? Guarda!"
"devo proprio?" poi guardo, che schifo, povero il mio ditone..
Finisce di sferruzzare, mi passa una roba gialla che spero almeno quella fosse disinfettante, mi fasci e mi prescrive antibiotici ed antidolorifici.
"guarda che normalmente questo non si fa in emergenza, ti ho aiutato perche' mi sei simpatico e devi scalare"
"grazie" e mi sento una merda, non lo sapevo.
Potrei andare a ritirare le medicine gratis alla farmacia dell'ospedale, ma credo di aver approfittato abbastanza del servizio sanitario gratuito ecuadoriano.
Saltellando con una scarpa si ed una no passo da una farmacia, compro quello che mi serve con 8$, e me ne vado in albergo, a disinfettarmi un po'.
Abrazos   
E.

 P.S.
x Umbe: si', con 5$ mi sono aggiudicato una bici semiammortizzata e seminuova e mi sono lanciato a velocita' folle tra le strade ecuadoriane, un po' asfalto un po' sterrato. Sarebbe meglio andare piano qui, e' pieno di buchi e guidano come pazzi... naaaa... abbomba.

 x la KTM family: a 4500 metri su un passo due crucchi (credo) in tuta di pelle nera anni '70 e Kappa adventure LC4

 x Jago: ho un dodo nello zaino, era l'ultimo

 x Meuri: fratello i vulcani qui sono altra storia, mastodontici, dove sei?

 x Gaja: Gaja, sapessi quante volte ti ho pensato alle Galapagos, il paradiso di ogni birdwatcher, fin troppo facile a volte, ho fatto centinaia di foto di uccelli, ti mandero' le migliori!

  X L'Alcalde Dino Evaristo de Quezzis: ti sono vicino hermanecito, grazie per la tua risposta, come vedi anch'io sono andato a farmi manexare dai medici locali... Volevo che sapessi anche se dalle mie mail non sembra, in parte perche' non voglio farlo sembrare, ti capisco. Il mio entusiasmo e' quello di chi, dopo lunga attesa, ha ritrovato la carretera, di chi, purtroppo o per fortuna, non ha il tempo per la mala onda, perche' i giorni passano veloci e vuole godere di tutto, e basta. Que te vaya bien, cuidate.

  x tutti: vi voglio bene, belli e brutti

  X Lulu: Mi mariposita, te quiero mucho!

Ecuador - parte 8 - Baños

Baños 06/01/09 (inviato da Saquisili' il 08/01/09)

  Riassunto del riassunto...
Eh gia', perche' vi avevo scritto di getto un bellissimo messaggio che riassumeva le mie ultime mitabolanti avventure e quanto scritto ieri da me sul taccuino, cioe' un insieme di descrizioni puntigliose e sconclusionate frutto del delirio di due litri di birra.
Una ciucca ogni tanto ci sta e ieri ci stava tutta!
Come detto avevo scritto un bel messaggio, lo stavo rileggendo pronto per inviarlo e... puff, computer kaput!
Dopo una incommensurabile sequela di bestemmie ed imprecazioni varie me ne sono andato, lanciando ancora qualche anatema al dueño dell'internet point.
Cosi' eccomi qui, birrozza, guacamole e papas fritas sulla via principale di baños, taccuino in mano ci riprovo.
Due giorni fa ho quindi lasciato Cuenca, non dopo essermi comprato un meraviglioso cappello di paglia "Panama" (si chiama cosi', ma non centra niente col centroamerica, e' tipico di qui...) da Don Alberto, splendido vecchio artigiano semimuto che da 75 anni, cioe' da quando lui ne ha sei, fa a mano i panamas piu' famosi del mondo nella sua botteguccia di sempre.
Cosi', col mio fierissimo cappello in testa, sono arrivato a Cañar, indaffarata citta'-mercato-fermata del bus lungo la panamericana, e da li' sono andato in giornata ad Ingapirca.
La capitale Inca dell'Ecuador e' sostanzialmente composta da un bel tempio del sole a pianta ellittica, pare unico esempio nella loro architettura, e da un bell'insieme di muretti.
Gia'... muretti.
Passeggiare in mezzo ad alpacas e vacas intorno alle rovine e' comunque stato molto rilassante e, nonostante i turisti, anche un po' mistico.
Misticamente ho poi pranzato su una roccia a picco sulla valle con un mango e una banana.
Ho quindi ripreso il mio bus scalcagnato che, sbuffando e saltellando, mi ha riportato al mercato di Cañar.

  - Inciso: nel frattempo qui a Baños e' scoppiato il delirio: processione mascherata a ritmo di musica techno-reggaeton, penso per quella che per noi e' la befana anche se qui sembra piu' halloween, ragazzi vestiti da donna lasciva coin maschere mostruose trascinano bare e ballano a tempo, molestando i passanti... boh! -

  Il mercato di Cañar e' assolutamente indigeno, frutta, verdura, stoviglie, ammenicoli vari, berstie ed un unico gringo in giro a scattare foto, io.
La cittadina per cena offre solo pollerias ed io scelgo una delle piu' marce perche', come si sa, i ristoranti migliori sono quelli con qualcuno dentro.
Peccato che quelli che mangiavano erano i proprietari della polleria marcia stessa.
Mangio la tipica minestra senza averla chiesta, dalla quale, tra una cucchiaiata e l'altra, esce di colpo una zampa di gallina che mi molesta un po'.
La mattina dopo, tralasciando di raccontare la notte passata in una stanza a fianco della casa del dueño dell'albergo dalla quale entrava e usciva gente a tutte le ore della notte e dimenticando di descrivere la pompa dell'acqua installata praticamente nel mio cuscino che si accendeva con fragore ogni quarto d'ora, ho preso il primo bus per Riobamba, 4 ore piu' a nord e 6$, ma scendo invece ad Ambato, altre due ore piu' su ed a sbafo, involontariamente s'intende.
Complici sonno ed ignoranza dei luoghi ho sbagliato fermata di solo 60 km.
Nel frattempo sono anche stato derubato delle mie cioccolate e snackini vari dal mio vicino di asiento.
Lo scemo ha negato spudoratamente nonostante gli spuntassero dalla tasca:"non, no, li ho comprati io prima" dice, "Si' e io sono Cristoforo Colombo" (in spagnolo) "brutto deficiente nano faccia da scemo, chi vuoi prendere per il culo?" (in italiano, perche' insultare in lingua madre mi viene meglio) gli ho risposto.
L'ira mi avrebbe portato spaccargli quella faccia da ebete e non sarebbe stato ne' difficile ne' ingiusto, non tanto per il valore in se', 1$, quanto perche' invece di dare le mie cioccolate ai niños indios che avevo di fianco se le e' pappate un gordito ebete con tanto di cellulare e cappelino yankee.
Gordito de mierda, que te jodan, puta la madre que te pario'!
Invece mi sono girato e, molto zen, horipreso a dormire, di fianco a lui.
Cosi' eccomi ad Ambato, dalla quale scappo subito su un altro bus per Baños.
Questa cittadina e' il classico posticino turistico meraviglioso, tipo Cadaques o Chefchouen ma a meta' strada tra le Ande e l'Amazzonia, dal quale non te ne vorresti andare, troppo comodo.
Mangi bene, bevi bene, spendi meno che altrove, natura meravigliosa, cascate, bagni termali e, sopra tutto e tutti, il volvan Tungurahua, 5016 metri di bestione tonante e fumante che, dopo aver fatto evacuare la citta' nel 2000 ha, glia abitanti rientrati nelle proprie case forzando i blocchi con un'insurrezione popolare, sepolto Baños con una pioggia di lapilli e ceneri nel 2006, uccidendo 5 persone e ferendone centinaia.
'sti cazzi...
Stamattina alle 7 mi stavo gia' arrampicando in mezzo ad una sorta di mezza foresta pluviale prima (alberi coperti di epifite, fiori, colibri' che ne suggevano il nettare, felci, umidita' totale) e pascoli montani poi (erba, vacche, cacche), per raggiungere la p`rima stazione di rilevamento sismo-vulcanologico presidiata dal buon Carlos.
Un tizio simpatico e gentile che mi ha accolto nella sua cabaña, mi ha raccontato i suoi ricordi dell'eruzione e mi ha fatto salire suilla "casa del arbol", una casetta costruita su un albero a precipizio sulla foresta e di fronte al vulcano.
Il buon Tungurahua non ha pero' voluto moistrarmi il suo bel cratere ed e' rimasto a tuonare e ruggire coperto dalle nubi.
Il giorno prima, arrivando in bus, l'ho visto per intero innalzare un'enorme colonna di fumo e ceneri, quasi che fosse lui a creare le nubi plumbee che coprivano il cielo.

  Qualche nota su di me:
- ho la barba alopecica
- no, non sono dimagrito, mangio e bevo copiosamente
- devo salire a 6000 metri tra pochi giorni e ho la tosse ed un'unghia incarnita nell'alluce... forse devo prenderli come avvertimenti? O come Bob Marley devo rifiutare ogni intervento e lsciarmi morire in nome di Jah Rastafari?

  Abrazos.
E.

   
P.S. tra breve seguiranno i piesse
P.S. tra breve parlero' anche di questo paese, della cultura, dell'economia, della gente ...e' che la natura e troppo forte per me...
P.S. e meno male che doveva essere un riassunto

Ecuador - parte 7 - Cuenca

Cuenca - Altopiani meridionali - 03/01/09
 
Neanche il tempo di finire di scrivere l'ultima mail nel terminal dei bus di Guayaquil che ero gia' in viaggio di nuovo verso la cordillera delle ande ed in tre ore e mezzo di viaggio ho raggiunto Cuenca. Il modernissimo bus con aria condizionata e fil di Stallone in proiezione lasciava presagire un viaggio molto comodo e tranquillo.
 
Be' comodo e' stato comodo, ma tranquillo... si' forse sono io che non sono abituato ai guidatori sudamericani e alle strade andine e sicuramente c'e' di peggio, ma quando ha cominciato a discendere i tornanti del versante est verso Cuenca a velocita' folle in mezzo a nebbia e pioggia, costantemente senza curarsi delle corsie che si sa sono solo di figura, superando tutti, macchine della polizia comprese, mi sono abbastanza irrigidito e il sonno che mi aveva colto mi ha lasciato d'un colpo.
 
Allora il mio vicino, un uomo di mezza eta' che lavora a Guayaquil e torna per il week-end a trovare la figlia, ha cominciato ad intrattenermi un po' raccontandomi dei posti che attraversavamo e di quelli vicini, chiedendomi curioso che cosa facessi e da dove venissi e lamentandosi, come tutti, dei prezzi odierni e del dollaro, il tutto condito da una simpaticissima alitosi da primato.
 
Il viaggio comunque nella prima parte e' stato interessante, attraversando le pianure coltivate a banane, tomate de arbol e frutti vari, alle spalle della metropoli costiera per poi cominciare ad arrampicarsi sulle pendici montane coperte da una fittissima vegetazione, quasi una foresta direi, per arrivare poi alle quote della foresta nebulare. Talmente nebulare che dopo un po' il finestrino trasmetteva solo un canale bianco lattiginoso con visibilita' a circa un metro. Almeno non potevo piu' vedere i precipizi senza protezione che sfioravamo a ogni curva.
 
Cuenca e' una citta' davvero carina, il centro rivaleggia con Quito quanto ad architettura coloniale, ma tutto qui si vive un po' piu' come un paese, i ritmi sono molto piu' tranquilli e passeggiare per le vie e' davvero rilassante. A un certo punto la tranquillita' di questo sabato assolato e caldo e' stata turbata da una meravigliosa e buffa processione, credo natalizia, senz'altro con un misto di cristianita' e paganesimo. I carri allegorici erano in realta' auto e fuoristrada coperti da teli colorati, nastrini, bandiere e, talvolta, asciugamani dalle figure piu' disparate, peluches, campanelli.
 
Su siffatti carri erano adagiate diverse figure mascherate, che salutavano e distribuivano caramelle ai bambini. La cosa piu' incredibile e' che tutte le figure mascherate che componevano questa strampalata corrida erano impersonate da bambini, al piu' ragazzini, gli adulti facevano soltanto di corredo, guidando i carri e accompagnando la manifestazione sui lati. Le maschere che si potevano notare attingevano dal patrimonio cristiano, quindi angeli, re magi, cristi e marie maddalene, come da quello pagano, quindi pagliacci, santeras, maghi, fino ad arrivare a zorro, babbo natale e batman. Immancabile la banda di paese suonava note di indubbia latinoamericanita'.
 
Domani saro' di nuovo in marcia verso Cañar, piccolo capoluogo della omonima provincia abitata da indigeni cañari, che insceneranno il loro tipico mercato domenicale. Da li' andro' a visitare le rovine di Ingapirca, il piu' importante sito incaico dell'Ecuador. Hasta pronto.
 
Abrazos.
E.

Ecuador - parte 6 - Guayaquil

Guayaquil - terminal dei bus - 02/01/09
 Ancora non riesco a riprendermi... Appena atterrato nuovamente sul continente e' come se fossi ritornato sulla terra dopo essere stato su un altro pianeta.
 
Ringrazio tutti quelli che sostengono la mia scrittura e si complimentano per le mie descrizioni ma, questa volta, non mi sento adeguato a rappresentare cio' che ho vissuto in quei pochi giorni passati alle Galapagos. Potrei raccontare di quando mi sono seduto su una spiaggia di sabbia di corallo bianco finissima in mezzo a una famiglia di leoni marini, o di quando ho con loro nuotato, potrei descrivere lo spavento avuto nel trovarsi improvvisamente in mezzo a cinque squali pinnabianca, potrei cercare di farvi partecipi di cosa significa l'emozione di aver per minuti interminabili seguito da vicino una tartaruga marina durante il suo pranzo, potrei cercare di elencare tutte le centinaia di uccelli che mi circondavano totalmente indisturbati su ogni isola che ho toccato, potrei dirvi il numero di stelle che ho contato in un cielo cosi' diverso dal solito durante le traversate notturne, potrei vantarmi di essere stato il primo ad avvistare una balena durante una traversata diurna, potrei dirvi che non pensavo esistessero davvero cosi' tante specie diverse nel mare e che non credevo si potesse immergersi tra loro come se nulla fosse, potrei riportare la strafottenza con cui le iguana di mare ti guardano assonnate, o quali incredibili posizioni assumono, potrei trasmettere l'emozione che si prova quando un piccolo di leone marino stacca la bocca dal seno materno per girare il suo sguardo languido verso di me, potrei cercare di farvi ridere come io ho riso guardando un pinguino sfrecciare in mezzo a noi curioso o quando ho ammirato i giochi mattutini delle otarie, potrei provare a spaventarvi con il buio di un tunnel di lava che porta dalle viscere dell'isola fino al mare...
 
Ma so che non basterebbe a farvi capire davvero cio' che si vive laggiu', mille chilometri a largo delle coste dell'Ecuador, nell'Oceano Pacifico, ma davvero oltre i confini del mondo.
 
Abrazos.
E.

Ecuador - parte 5 - Puerto Ayora, Galapagos

Puerto Ayora, Galapagos 30/12/08
 
Vi ho lasciati a 4700 metri sulla cima di un vulcano e vi ritrovo in riva al mare, nel posto piu' incredibile che madre natura ha creato e che noi si possa immaginare. Ma andiamo con ordine...
 
Nel mio ultimo giorno a Quito ho deciso di darmi al trekking in solitaria cosi' ho preso il Teleferiqo, mostruosita' turistica che ha parzialmente scempiato un fianco del vulcano che domina la citta', e sono salito a 4100 metri. Lassu', dove noi boccheggiamo e ci aspetteremmo freddo e neve, i quiteños portano i bambini a giocare sui prati e fanno pic-nic al sole. Ma sopra cio' ci sono ancora 600 metri di montagna da esplorare.
 
Cosi' ho preso il sentiero che si lascia alle spalle quella fiera d'alta quota e ho cominciato la salita. La prima parte ricorda un po' il monte Antola, il sentiero e' semplice, sale dolcemente tra le praterie parzialmente fiorite e non presenta alcuna difficolta' se non l'altitudine. Dopo un'ora e mezzo di cammino ci si avvicina alla zona piu' interessante, il picco frastagliato e roccioso e' sopra di me spazzato dalle nubi, sotto alla mia destra ci sono ormai enormi valli lontane, la citta' e' scomparsa dietro il finaco della montagna e comunque coperta dalle nubi. Mi fermo piu' volte a stupirmi della vegetazione, cosi' rigogliosa nonostante sia a quasi 4500 metri, fatta di arbusti, muschi, felci, erbe, funghi, fiori.
 
Di colpo il sentiero non e' piu' tale e la montagna, quasi si schiarisse la voce per ricordarmi che e' Montagna, si fa erta e difficile, dura. Gli ultimi 200 metri di dislivello sono fatti di un ghiaione dato da pomici sgretolate nella prima parte e di pura roccia nella seconda. Il ghiaione a questa quota ha la facolta' di tagliare le gambe come poco altro, salgo con passi molto lenti e difficili fermandomi spesso, fino ad arrivare alla parte rocciosa dove, nel vero senso della parola, mi arrampico. Dopo tre ore e mezza sono in cima ed e' meraviglioso.
 
Non e' stata una scalata estrema, non e' stata un'avventura estrema, non e' stato nulla di estremo, ma mi sento lo stesso in paradiso, piu' in alto delle nubi. Condivido la cima con cinque persone, salite piu' velocemente di me e piu' velocemente discese, cosi' che posso comunque godere di mezz'ora di totale solitudine in cielo. Salire il Cotopaxi a quasi 6000 metri sara' durissima, non so se ce la faro', dovro' fare il doppio del dislivello fatto qui e a quote ben piu' estreme, partendo da circa 4500 metri a mezzanotte per arrivare in cima all'alba.
Mi cago sotto all'idea.
 
Ed infatti eccomi al mare in una parte del globo dove le leggi naturali a cui siamo abituati, nella nostra antropizzata Europa, sono completamente sovvertite, le isole Galapagos. E' sufficiente avvicinarsi al porto per trovare otarie che dormono sulle boe, fregate che si gettano in picchiata nell'acqua pescando pesci mai visti, pellicani che pigramente accoccolati su una mangrovia si lisciano le penne, iguana che, sul marciapiede, ti guardano come dicendoti: "beh? cosa c'hai da guardare, ti ricordo qualcuno? mai visto
un iguana?"
No, mai visto un iguana.
 
La natura qui ha il totale controllo di tutto ed e' libera di esprimersi, di accettare l'uomo come parte di se' stessa, senza timore perche' l'uomo dovrebbe essere parte di essa, dovrebbe... Nessun animale pare intimorito da me ne' da nessuno dei miei compagni di viaggio, riesci ad essere cosi' vicino ad ogni forma di vita animale che ti commuovi, almeno io mi commuovo. L'impatto con questa realta' parallela e' davvero indescrivibile, va vissuto, prima che sia troppo tardi e che, nonostante tutte le forme di protezione ad oggi in atto, questo paradiso venga invaso da altri curiosi e inevitabilmente sporcato.
 
E' un business troppo grande per un paese come l'Ecuador per essere fiduciosi che riescano a mantenerlo intatto, la popolazione cresce di un 10% l'anno, l'afflusso di turisti si e' decuplicato negli ultimi 10-15 anni, le barcheche solcano questi mari sono ormai quasi 100 e, si dice, presto faranno arrivare qualche nave da crociera. E' orribile, eppure io sto contribuendo a tutto cio' solo con la mia presenza. Ma, davvero, e' un peccato vivere senza aver vissuto quest'esperienza.
 
Per farvi capire vi posso dire che questo mio entusiasmo viene da neanche un giorno di permanenza in quella che e' l'isola piu' abitata, Santa Cruz, e dopo avere visitato solo il Centro Darwin, dove si riproducono le diverse specie di tartaruga gigante per proteggerle da animali introdotti dall'uomo, e una piccola porzione dell'interno. Ma, come detto prima, solo passeggiare per il piccolo porto e' una esperienza scioccante, non oso pensare a cio' che vedro' nei prossimi giorni. Tra qualche ora si leva l'ancora alla volta della Isla Santa Fe.
 
Abrazos.
E.

Ecuador - parte 3 - Quito

Come ogni viaggio non organizzato anche questo e' soggetto a continui cambiamenti di programma, a maggior ragione se, come me, un programma non ce l'hai.

...senza un programma dimmi come ci si sente...
Bene, grazie.
 
Ieri mi sono svegliato carico per partire alla ventura verso il rifugio Pasochoa, ho fatto lo zaino, pagato la stanza, comprato viveri e acqua poi, malauguratamente, ho provato ad ottenere maggiori informazioni riguardo a quel posto. Neanche a dirlo, mi hanno tutti sconsigliato di andare la' a piedi e soprattuto di pensare di dormirci. A questo si aggiunge che i contatti telefonici presenti sul sito che ne parla sono asolutamente inesistenti.
Forse quel posto e' inesistente.
 
So di aver fatto male, perche' un posto inesistente attrae sempre molto ma, alla fine, non sono andato. Ho quindi passato la mia giornata ancora a bighellonare per Quito vieja, ho scoperto nuovi scorci interessanti, mi sono mischiato ai quiteños ascoltando suonatori di strada e contrattando con venditori di strada. Poi ho avuto lo squaraus, ma poco. Nel frattempo avevo pero' mangiato la coppa di frutta con panna e sciroppo di nonsoche' piu' buona della storia in una storica fruteria in centro, dove tutto e' pulitissimo, addirittura i lavoratori sembrano sterili medici in camice e mascherina.
Sara', pero' io lo squaraus ce l'ho avuto lo stesso.
 
Tornando alla mattina ed alla non-organizzazione del mio viaggio ho pensato di passare dalla agenzia ormai mia amica e mettere almeno un altro punto fermo in questo giro: il 12 e 13 gennaio provero' l'ascensione alla cima del volcan Cotopaxi che, con i suoi 5897 metri e' il vulcano attivo piu' alto del mondo. Ma il meglio dei cambi di programma si e' fatto oggi. Mi sono infilato, non so neanche io perche', in un minitour che aveva come meta un piccolo trekking in una zona termale, Papallacta, con successivo bagno nelle terme.
 
Durante una sosta in un allevamento di trote a 3500 metri in mezzo ai monti ognuno e' stato costretto a pescarsi la propria trota, cioe' il proprio pranzo e cio' ci ha schifato non poco. Poi ci hanno portato a vedere una stalla di conigli e questo e' stato il colmo. Che cazzo, secondo te vengo fin qui a pescare trote in una bacinella e a vedere dei fottuti conigli? La sommossa popolare e' stata guidata da un canadese, dio salvi i canadesi, che guardandomi negli occhi mi ha chiesto:"a te te ne frega qualcosa dei conigli? o sei qui per camminare?". "non me ne frega niente di conigli e trote, ce li ho anche in Italia, sono venuto per le Ande" ho risposto.
 
Dopo mezz'ora avevamo convinto la guida a portarci a fare un trekking di quattro ore su per i monti, dimenticando trote (che comunque abbiamo poi gustato), terme e fottuti conigli. Il trekking e' sato meravigliosamente andino e duro, non essendo io ancora acclimatato, poiche' camminare a 4000 metri fa vedere lucine e venire mal di testa. A questo si aggiunge che il sentiero in Ecuador e' un concetto molto astratto, un po' come le corsie delle strade, ci sono ma non ci sono e comunque le devi interpretare. Il sentiero e' quindi una imprecisata linea tracciata tra arbusti e fango da bestie dotate di zoccoli e polmoni da 20 litri.
 
Pur essendo senza zoccoli e siffatti polmoni ci siamo arrampicati in mezzo al paramo, prateria d'alta quota con suolo torboso (tipo prato mollo, chi conosce la val d'aveto capira', ma molto piu' prato, molto piu' mollo e a 4000 metri), siamo sprofondati nella melma ogni tre passi, siamo caduti, abbiamo guadato tre fiumi finendoci dentro un po' tutti, abbiamo scarpinato in mezzo ai boschetti di polylepis che, insieme al pino himalayano, e' la pianta ad alto fusto che cresce piu' in alto e siamo infine giunti al cospetto del volcan Antisana, 5753 metri, maestosa quarta cima dell'Ecuador coperta di ghiaccio, neve e nubi.
 
Per gli amici fungaiuoli comunico anche che ho trovato un porcino a circa 3800 metri, tie'!
 
Abrazos.
E.